Ci sono aspetti della presenza cinese a Prato che destano preoccupazione. Più che limitarsi a fare discorsi in difesa dei "cinesi onesti" – ammesso che vi siano soggetti pienamente compatibili con le leggi italiane – sarebbe opportuno approfondire la ricerca per comprendere come il nostro modello sociale e giuridico sia incompatibile con la concezione dello Stato cinese: Pechino è presente ovunque e pretende di esercitare la propria autorità sui cittadini cinesi in ogni parte del mondo.
Qualcuno ricorderà che, solo pochi anni fa, nel 2022, fu scoperta una presunta "stazione di polizia cinese". Il nome ufficiale della struttura era "Associazione culturale del Fujian", che ha sempre sostenuto di svolgere esclusivamente "servizi amministrativi". Tuttavia, tali servizi sono normalmente di competenza di ambasciate e consolati, non di associazioni private.
L'allora sindaco Matteo Biffoni, rieletto poche settimane fa per il suo terzo mandato, non mancò allora di esprimere la propria posizione: «Ho chiesto chiarimenti sia al questore sia al prefetto. Si tratta dell'attività di un'associazione culturale composta da civili, conosciuta da tempo, che si dedica a fornire supporto ai connazionali residenti a Prato».
Anche il prefetto Adriana Cogode e il questore Giuseppe Cannizzaro si affrettarono a rassicurare l'opinione pubblica, precisando che non si trattava di un servizio di polizia inteso come attività di sicurezza. L'equivoco, sostennero, avrebbe potuto derivare anche da una questione linguistica.
Eppure, all'inizio di via Orti del Pero, a Prato, si trova oggi un immobile chiuso con un lucchetto. Accanto alla porta d'ingresso è ancora visibile il segno lasciato da una targa ormai rimossa. Nessuno immaginerebbe che, per un breve periodo, quell'edificio sia stato uno dei luoghi più discussi d'Italia, finendo al centro delle cronache internazionali e rischiando di provocare un incidente diplomatico con la Cina. Un segnale che induce a ritenere frettolose e poco fondate le rassicurazioni fornite all'epoca.
Successivamente iniziarono infatti a emergere informazioni più dettagliate e gli sviluppi sembrarono andare nella direzione di quanto oggi appare coerente con la nuova legge cinese sull'unità etnica.
Le autorità cinesi hanno dichiarato solo pochi giorni fa: «La Cina ha il diritto di perseguire persone al di fuori dei propri confini che violano la nuova legge sull'unità etnica», aggiungendo che tale misura sarebbe «in linea con la prassi internazionale, oltre a essere legale e necessaria». Legale secondo l'ordinamento cinese e ritenuta necessaria per reprimere il dissenso e mantenere fedeli a Pechino i cittadini residenti all'estero. Anche coloro che sono nati fuori dalla Cina, ricordando che, secondo questa impostazione, possono essere considerati esclusivamente cittadini cinesi.
La notizia non è tanto l'esistenza della legge in sé, quanto la sua portata extraterritoriale: la Cina rivendica infatti il diritto di perseguire penalmente individui che si trovano al di fuori dei propri confini, anche attraverso il supporto di associazioni e reti presenti all'estero.
Strutture di questo tipo, spesso presentate come associazioni culturali, sono state individuate e chiuse anche in altri Paesi. In Francia, ad esempio, all'inizio dell'anno i servizi di sicurezza hanno smantellato nove strutture clandestine che, secondo le autorità, operavano sotto la direzione del Ministero della Pubblica Sicurezza cinese e venivano utilizzate per monitorare o colpire dissidenti residenti all'estero.
In Canada è noto l'utilizzo della linea "Overseas 110", un servizio istituito da Fuzhou nel 2018 per assistere i cittadini cinesi residenti all'estero, che secondo diverse ricostruzioni svolgerebbe anche funzioni assimilabili a quelle di un servizio di polizia rivolto alla comunità cinese.
Secondo i media cinesi, il Bureau di Fuzhou avrebbe aperto oltre cinquanta "stazioni di servizio" distribuite in cinque continenti. Ufficialmente tali strutture forniscono assistenza amministrativa, come il rinnovo dei passaporti, attività che normalmente competerebbero ad ambasciate e consolati. Tuttavia, secondo l'ONG Safeguard Defenders, questi uffici svolgerebbero anche attività di polizia extraterritoriale. Un'interpretazione che appare compatibile con la nuova legge cinese.
Formalmente, l'obiettivo della normativa è promuovere un forte senso di appartenenza alla nazione cinese. Tuttavia, diverse indagini hanno individuato meccanismi di controllo dei cittadini residenti all'estero e strumenti destinati alla repressione di dissidenti o soggetti ritenuti non allineati.
Le minoranze etniche presenti in Cina hanno dato vita, nel corso degli anni, a proteste talvolta anche violente, mentre Pechino ha fatto ricorso a strumenti di pressione politica internazionale, compreso l'utilizzo di segnalazioni attraverso Interpol.
La nuova legge sull'unità etnica, che entrerà in vigore il 1° luglio 2026, contiene un articolo specifico – l'articolo 63 – concepito proprio per estendere l'applicazione della normativa oltre i confini nazionali. Ciò comporta rischi concreti per dissidenti, cittadini di Hong Kong residenti all'estero e taiwanesi, poiché la Cina non riconosce la sovranità di Taiwan e considera i cittadini taiwanesi come propri cittadini.
Per comprendere se un dissidente, un cittadino taiwanese o un attivista uiguro o tibetano possa effettivamente rischiare l'arresto e l'estradizione in Cina mentre si trova in Italia, è necessario analizzare tre aspetti: i trattati internazionali, la giurisprudenza recente e le pressioni politiche.
L'Italia e la Repubblica Popolare Cinese hanno firmato un trattato bilaterale di estradizione, sottoscritto nel 2010 e ratificato dal Parlamento italiano nel 2015. In teoria, questo accordo consentirebbe a Pechino di richiedere formalmente la consegna di una persona accusata di aver commesso un reato.
Tuttavia, l'estradizione non è mai automatica. Il trattato prevede rigorose clausole di salvaguardia, in particolare agli articoli 3 e 4.
L'estradizione deve essere negata se il reato contestato ha natura politica.
Deve inoltre essere negata qualora vi sia il fondato timore che la persona possa essere perseguita o punita per ragioni legate alla razza, alla religione, alla nazionalità o alle opinioni politiche, oppure possa essere sottoposta a trattamenti inumani o alla pena di morte.
Poiché la nuova legge cinese sull'unità etnica punisce il cosiddetto "separatismo" o l'incitamento ad esso – condotte che negli ordinamenti italiano ed europeo rientrano generalmente nell'ambito della libertà di espressione o dei reati politici – è altamente probabile che la magistratura italiana respinga una richiesta di estradizione fondata esclusivamente su tali disposizioni.
Un precedente significativo risale al maggio 2024, quando la Corte di Cassazione italiana pronunciò una sentenza considerata storica.
Il caso riguardava un cittadino di Hong Kong arrestato in Italia sulla base di un mandato di cattura internazionale emesso tramite Interpol da parte delle autorità cinesi per presunti reati finanziari. La Cassazione negò l'estradizione, affermando un principio fondamentale:
in Cina non sarebbe garantito il diritto a un giusto processo e sussisterebbe un rischio concreto di persecuzione politica mascherata da reati comuni, soprattutto alla luce della stretta autoritaria imposta a Hong Kong.
Questa decisione costituisce un precedente di grande rilievo. Oggi, per i giudici italiani, estradare una persona verso la Cina, anche per reati formalmente non politici, è diventato estremamente difficile a causa delle carenze di garanzie riconosciute al sistema giudiziario cinese.
Se l'estradizione finale appare improbabile, il rischio reale per un cittadino taiwanese o per un dissidente residente in Italia si colloca nella fase preliminare della procedura e nei canali informali.
Qualora la Cina inserisse il nome di un dissidente, di un taiwanese o di un tibetano nel sistema delle Red Notice di Interpol, i sistemi informatici delle frontiere italiane – ad esempio negli aeroporti di Fiumicino o Malpensa – segnalerebbero la persona come ricercata. Le autorità italiane sarebbero tenute a fermarla e a porla a disposizione dell'autorità giudiziaria in attesa della decisione della Corte d'Appello. Anche qualora l'estradizione venisse successivamente respinta, l'interessato potrebbe trascorrere settimane o mesi in detenzione, con conseguenze psicologiche, economiche e reputazionali molto rilevanti.
Ed è qui che si inserisce il ruolo delle cosiddette "stazioni di polizia". Come accennato in precedenza, lo scopo di strutture come l'Associazione del Fujian a Prato non sarebbe tanto quello di ottenere estradizioni formali, troppo complesse e visibili, quanto quello di esercitare pressioni psicologiche e forme di coercizione indiretta. Se la Cina individuasse un dissidente, un cittadino taiwanese o un attivista uiguro che compie azioni considerate illecite da Pechino, potrebbe utilizzare tali reti informali per minacciare familiari rimasti in Asia o colpire interessi economici, inducendo la persona a un cosiddetto "rientro volontario".
Le autorità cinesi sono perfettamente consapevoli che una richiesta di estradizione fondata apertamente su accuse di separatismo o minaccia all'unità etnica verrebbe quasi certamente respinta dai tribunali italiani ed europei in quanto riconducibile a un reato politico.
Per aggirare questo ostacolo, la Cina potrebbe ricorrere a tecniche più sofisticate, trasformando un bersaglio politico in un presunto criminale comune agli occhi dell'Interpol e delle magistrature straniere. Una delle accuse più frequentemente utilizzate è quella di natura economico-finanziaria, metodo impiegato anche nelle recenti campagne anticorruzione che hanno coinvolto generali e alti funzionari militari cinesi, compresi esponenti della Rocket Force e del Ministero della Difesa.
Si tratta di reati che rientrano normalmente nei trattati di estradizione e che, a un primo esame, non appaiono motivati politicamente. Una segnalazione Interpol per frode milionaria verrebbe inizialmente trattata dalle autorità italiane come quella relativa a un normale latitante economico.
Quando la Cina presenta una richiesta di estradizione per un reato comune, trasmette alla Corte d'Appello una vasta documentazione: estratti conto, contratti commerciali, testimonianze e confessioni di presunti complici rimasti in Cina.
Il problema è che la magistratura italiana non dispone degli strumenti necessari per verificare direttamente l'autenticità di tali prove né per accertare se eventuali confessioni siano state ottenute sotto coercizione.
Fortunatamente, i giudici italiani applicano il principio del "motivo politico dissimulato".
L'articolo 3 del trattato di estradizione tra Italia e Cina stabilisce infatti che l'estradizione deve essere negata non solo quando il reato è politico, ma anche quando vi siano motivi ragionevoli per ritenere che la richiesta sia finalizzata a perseguire una persona a causa delle sue opinioni politiche.
La sentenza della Cassazione del 2024 ha ulteriormente rafforzato questo orientamento. Oggi i giudici tendono a ritenere che, anche in presenza di accuse formalmente comuni, il sistema giudiziario cinese non offra sufficienti garanzie contro possibili persecuzioni di natura politica.
Quando Pechino avvia campagne repressive nei confronti di generali, funzionari o altri soggetti di rilievo, accade spesso che familiari, collaboratori o imprenditori a essi collegati si trasferiscano all'estero. L'Italia, con comunità cinesi numerose e radicate come quelle di Prato e Milano, rappresenta una delle possibili destinazioni.
Consapevole delle difficoltà nel ottenere un'estradizione per via ufficiale, soprattutto a causa delle obiezioni legate ai diritti umani e alla pena di morte, Pechino può fare affidamento su reti informali presenti all'estero. È in questo contesto che tornano centrali le cosiddette "stazioni di polizia ombra" e alcune associazioni culturali: se non è possibile raggiungere un obiettivo attraverso i canali legali, si può tentare di esercitare pressioni, monitorare i movimenti della persona o indurla al rientro in patria mediante intimidazioni, ricatti o altre forme di coercizione indiretta.
Fonti:
https://www.firenzetoday.it/dossier/potere/polizia-cinese-prato-firenze.html